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PROFILO STORICO DEL DUOMO DI TRENTO   

La cronologia del Duomo di Trento ha assunto contorni più esatti solo con gli ultimi studi. Nella vecchia Tridentum romana, anteriore alle trasmigrazioni barbariche, si documenta l’esistenza di due chiese distinte, l’una situata den­tro le mura, quasi certamente al posto dell’odierna S. Maria Maggiore, l’altra poco fuori della porta urbana, lungo la via che usciva per Verona. Qui, in un’area sepolcrale che fiancheggiava la strada, era stato sepolto nell’anno 400 s. Vigilio, terzo vescovo della serie tridentina, venerato come martire e ricordato per la sua intensa attività missionaria. Verso la metà del secolo VI fu eretta sul luogo una grande basilica rettangolare con atrio, i cui resti furono messi in evidenza dai recenti scavi. Nèll’alto Medioevo venne a stanziarsi presso la basilica cimiteriale di s. Vigilio la residenza vescovile; da allora la basilica assunse il ruolo di chiesa cattedrale. Essa subì rimaneggiamenti e restauri nel secolo IX ad opera del vescovo lItigano e nel secolo Xl ad opera di Udalrico Il, il vescovo che aveva ottenuto nel 1027 la donazione del ducato di Trento dall’imperatore Corrado il Salico. Gli ultimi grossi interventi furono conclusi dal vescovo Altemanno, che il 18 novembre 11.45 riconsacrava questa chiesa, presente il patriarca di Aquileia Pellegrino. Circa ottant’anni più tardi, tuttavia, la basilica fu abbattuta per far posto al nuovo Duomo, impostato con quota pavimentale circa m. 2,50 più alta, per raccordarsi al livello ormai molto cresciuto del terreno circostante.

 

L’ordine dei lavori per la nuova cattedrale fu conferito nel 1212 dal principe vescovo Federico Vanga al costruttore Adamo d’Arogno (oggi in Canton Ticino), capostipite di una lunga serie di maestri campionesi che vi lavorarono per più di un secolo. La cronologia delle singole parti dell’edificio non è ancora accertata in modo preciso; sì sa comunque che alla morte del Vanga (1218) la costruzione non era molto avanzata. Le parti più antiche, come il coro, il transetto e il fianco settentrionale devono esser state realizzate fra il 1220 e il 1250 circa; l’assetto della navata centrale e l’esterno del fianco meridionale sono della prima metà del Trecento. Elementi residui, come la cupola e la parte alta del campanile, furono completati nei primi decenni del Cinquecento (successivamente modificati). L’epoca barocca aggiunse la cappella del Crocifisso e ristrutturò profondamente la zona del presbiterio. La fine dell’Ottocento registra interventi di restauro, con ricostruzione del tetto, non più a carena, ma a due spioventi, e un malaugurato rifacimento della cupola in forme neo-romaniche. I lavori più recenti, promossi negli anni 1963-77 dall’arcivescovo Alessandro M. Gottardi, comportarono il ritorno dei due bracci del transetto allo stato originario, il nuovo assetto liturgico del presbiterio e soprattutto la scoperta e la sistemazione degli ambienti sotterranei. Il Duomo custodisce le memorie più insigni della chiesa tridentina, della città e del principato vescovile, che fu fino al 1803 un territorio sovrano. Negli anni 1545-1563 ospitò il 190 Concilio Ecumenico, che tenne qui le sue sessiones e le altre celebrazioni più rappresentative.

 

L’ESTERNO

IL FIANCO SETTENTRIONALE, che dà sulla piazza, è rivolto verso la parte più antica della città e assume per questo una funzione quasi di facciata. La mole orizzontale del sacro edificio si estende con l’abside del coro anche oltre la costruzione menata del CASTELLETTO (a). Nell’intercapedine situata fra il Castelletto stesso e il corpo della chiesa si contiene un’abside laterale e un portalino d’ingresso  ornato di bassorilievi marmorei con leoni e draghi lottanti. Sull’esterno del transetto verso la piazza  si presenta il grande rosone col motivo della ruota della fortuna. Al centro di esso si vede fissata la mitica figura della fortuna che gira il gran cerchio; sulla ghiera esterna, in corrispondenza ai raggi e agli archi, dodici ometti ruotano (in senso contrario alle sfere dell’orologio) per salire all’apice della felicità, dove un personaggio incoronato brinda a due coppe, e poi scendere sulla sinistra a capofitto verso il punto più basso. Lo scultore, che per varie affinità richiama l’autore del rosone del duomo di Modena, è un artista campionese della metà del secolo XIII, al quale appartengono parecchie altre sculture della cattedrale trentina.

 

L’INTERNO

I costruttori hanno saputo amalgamare in una costruzione unitaria due parti molto diverse per epoca e stile. L’impianto del presbiterio è concepito su moduli più quadrati con un evidente senso della massa ed è attribuibile, come l’insieme dei muri perimetrali dell’intero edi­ficio, alla prima metà del Duecento. La navata maggiore invece, con le sue campate rettangolari straordinariamente sviluppate in senso verticale e sor­rette dagli energici pilastri a fascio, ebbe il suo assetto definitivo un secolo più tardi, evitando tuttavia ogni brusca fattura stilistica. Contrariamente a quanto l’impostazione architettonica dall’esterno farebbe pensare, lo spazio destinato ai campanili è stato conglobato all’area della chiesa, che così si allarga fino agli angoli estremi occidentali. Anche le navate laterali non si isolano dallo spazio mediano, come potrebbe suggerire l’impostazione basilicale dell’alzato. Così i due muri laterali vibrano in sintonia con lo spazio interno. Ad essi è stata dedicata una cura sproporzionatamente maggiore di quella che occorrerebbe per semplici piani di chiusura. Le due scale rampanti, ricavate nello spessore delle pareti, hanno la funzione di muovere e di articolare il muro, allargando e arricchendo lo spazio. Fenomeno più unico che raro nella storia dell’architettura, queste scale che salgono all’indietro sembrano introdurre una controspinta al movimento principale dell’edificio, che procede dalla porta principale d’ingresso verso l’altare maggiore. In questi elementi, più ancora che nell’uso dell’arco ribassato delle volte e nella quasi totale assenza dell’arco acuto, è radicata la sapiente fusione del romanico tardo col gotico, che costituisce il vanto maggiore del Duomo di Trento. L’altezza sproporzionata del vano sottostante alla cupola fu occupata dal grande baldacchino barocco, che riprende l’idea del baldacchino berniniano della Basilica Vaticana, ma la traduce in una versione ottica, fatta di luce e di movimento. Sotto il baldacchino l’altar maggiore, eretto già allora con mensa rivolta anche al popolo, si eleva nel centro focale della chiesa, sopra quello che fu già il luogo della sepoltura di s. Vigilio. Altare e baldacchino sono dei fratelli Domenico e Antonio Sartori, da Castione presso Mori, che usarono marmi pregiati, anche francesi e africani. Gli angeli, i putti e gli emblemi che ornano la parte superiore del baldacchino, sono in gran parte dello scultore Francesco Oradini. In epoca recente furono collocate sotto l’altare maggiore le reliquie del patrono s. Vigilio, chiuse in una urna gotica rivestita di squame in pietre dure.

Dalla leggenda di s. Giuliano, Congedo dalla madre e entrata in città

 

S. Vigilio, Tarsio marmoreo, cappella Alberti